La locuzione di Anassimandro

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Le bateau ivre, battello ebbro di Arthur Rimbaud

Arthur RimbaudIl fenomeno Arthur Rimbaud (1854-1891) è sintomatico di un cortocircuito culturale. Il poeta, che a diciotto anni aveva già dato tutto il meglio di sé e che di lì a poco si rifiutò di tornare a poetare, intraprendendo una serie di avventure sconclusionate, alcune di esse di moralità dubbia e anzi piuttosto infamanti, utilizza, per i suoi versi, il materiale che gli proviene quasi interamente dalle sue letture, più che dall'esperienza vissuta.

Hugo, Baudlaire, Verne, Poe, letture scolastiche e d'intrattenimento, orchestrate da qualche buon docente e rese possibili, si suppone, dalla presenza di una buona biblioteca di famiglia.

Per questo, leggendo Le bateau Ivre, si potrebbe concludere che Rimbaud sia il poeta dell'intertestualità. Questa impressione si manifesta in quanto le acerbe esperienze di vita (ancorché intense) sono così inestricabilmente connesse con le sue esperienze di lettura, da costituire un insieme informe, in cui è difficile distinguere queste da quelle.

Secondo i più, il poema collimerebbe storicamente con l'avventura politica della Comune di Parigi, biograficamente con la fuga del poeta dalla propria casa, avvenuta in quegli stessi giorni e in quegli stessi ambiti.

1

Comme je descendais des Fleuves impassibles,
Je ne me sentis plus guidé par les haleurs:
Des Peaux-Rouges criards les avaient pris pour cibles,
Les ayant cloués nus aux poteaux de couleurs.

Mentre discendevo lungo fiumi indifferenti,
M'avvidi di non essere più in mano ai manovranti.
Dei pellerossa urlanti li avevano presi a bersaglio,
Nudi li avevano inchiodati a pali variopinti.

Si fa notare qui il rovesciamento del soggetto: non è l'autore che dice “mi sento come un battello...”, ma il battello che confida: “mi sento come un Rimbaud”. L'accostamento con la vicenda politica è rafforzato da un aneddoto: il commento sulle labbra di un corrispondente della stampa estera che, testimone del linciaggio di un delatore durante i disordini, avrebbe paragonato i parigini a una massa di pellerossa urlanti.

2-3

J'étais insoucieux de tous les équipages,
Porteur de blés flamands ou de cotons anglais.
Quand avec mes haleurs ont fini ces tapages,
Les Fleuves m'ont laissé descendre où je voulais.

Dans les clapotements furieux des marées,
Moi, l'autre hiver, plus sourd que les cerveaux d'enfants,
Je courus! Et les Péninsules démarrées
N'ont pas subi tohu-bohus plus triomphants.

Indifferente al destino di qualsiasi equipaggio,
Portatore di biade fiamminghe o di cotone inglese.
Quando con i miei manovranti ebbe fine il pestaggio,
I Fiumi m'hanno lasciato scendere a mie pretese.

Nello sciabordio furioso delle maree,
L'altro inverno, più sordo che un cervello infantile,
Correvo! E le Penisole alla deriva ( 1)
Mai subirono sconvolgimenti più trionfali.

Testimonianze di contemporanei viaggiatori raccolte sui corsi d'acqua d'Africa e d'America, riferiscono di isole alla deriva che si staccano dalle rive dei fiumi in piena e vagano galleggiando in virtù delle radici e della vegetazione che recano con sé, discendendo la corrente per lunghi tratti, prima di disintegrarsi.

4-6

La tempête a béni mes éveils maritimes.
Plus léger qu'un bouchon j'ai dansé sur les flots
Qu'on appelle rouleurs éternels de victimes,
Dix nuits, sans regretter l'oeil niais des falots!

Plus douce qu'aux enfants la chair des pommes sures,
L'eau verte pénétra ma coque de sapin
Et des taches de vins bleus et des vomissures
Me lava, dispersant gouvernail et grappin.

Et dès lors, je me suis baigné dans le Poème
De la Mer, infusé d'astres, et lactescent,
Dévorant les azurs verts; où, flottaison blême
Et ravie, un noyé pensif parfois descend;

Benedì la tempesta i miei risvegli marittimi
Più leggero di un sughero tra i flutti danzavo
Che si dicono eterni albergatori di vittime,
Dieci notti, senza rimpiangere lo stolto occhio di un faro

Più dolce che al bimbo l'asprigna polpa dei pomi
L'acqua verde penetrò nel mio scafo di pino
E delle macchie bluastre di vino e di vomito
Mi spazzò, disperdendo l'ancora e il timone

Da allora, mi son bagnato dentro il Poema
Del Mare, infuso d'astri, e lattescente
Divoratore di verdi azzurrità; dove, relitto estasiato
E livido, a volte discende pensoso un annegato

Qualcuno pensa che questa immagine d'annegati possa essere ispirata da una precedente lettura di Jules Verne, Vingt mille lieues sous les mers.

7-8

Où, teignant tout à coup les bleuités, délires
Et rythmes lents sous les rutilements du jour,
Plus fortes que l'alcool, plus vastes que nos lyres,
Fermentent les rousseurs amères de l'amour!

Je sais les cieux crevant en éclairs, et les trombes
Et les ressacs et les courants: je sais le soir,
L'Aube exaltée ainsi qu'un peuple de colombes,
Et j'ai vu quelquefois ce que l'homme a cru voir!

Dove tingendo all'improvviso le azzurrità, deliri
E ritmi lenti sotto gli arrossamenti del giorno,
Più forte dell'l'alcool, più vaste delle lire,
Fermentano i rossori amari dell'amore!

Conosco i cieli che si squarciano in lampi e le trombe
E le risacche e le correnti: conosco le sere,
le Albe esaltate tali a un popolo di colombe,
E ho visto a volte ciò che umano ha creduto di vedere


J'ai vu. Da questo verso incomincia una serie anaforica consistente nella ripetizione del J'ai all'inizio di ciascuna delle strofe seguenti: J'ai vu, J'ai rêvé, J'ai suivi, J'ai heurté. Come riferimento intertestuale si indicano due forme anaforiche paragonabili: nel poema di Baudlaire, Le Voyage e nel poema IV del libro VI delle Contemplations di Victor Hugo.

9

J'ai vu le soleil bas, taché d'horreurs mystiques,
Illuminant de longs figements violets,
Pareils à des acteurs de drames très antiques
Les flots roulant au loin leurs frissons de volets!

Ho visto il sole basso, macchiato d'orrori mistici,
Illuminare dei lunghi coaguli violacei,
Tali ad attori di drammi alquanto antichi
I flutti spingere al largo frementi di pennacchi


Intertestualità con Baudelaire che in Harmonie du soir scriverà: Il sole s'annega in un coagulo del proprio sangue (Le soleil s'est noyé dans son sang qui se fige). Un brivido sinestesico si spande nei frissons, dovuto tanto a un'immagine visiva, che al freddo, che allo sgomento atavico (très antiques) di vedere calare le prime ombre dell'oscurità su un mare inquieto e sconfinato.

10

J'ai rêvé la nuit verte aux neiges éblouies,
Baiser montant aux yeux des mers avec lenteurs,
La circulation des sèves inouïes,
Et l'éveil jaune et bleu des phosphores chanteurs!

Ho sognato la notte verde dalle nevi abbagliate
Baciare salendo agli occhi dei mari con lentezza
La circolazione di linfe inaudite
E il risveglio giallo e bluastro di fosfori canterini


L'immagine del fenomeno visivo prodotto dalla fotosintesi di colonie di milioni di micro-organismi marini proviene nuovamente, è probabile, dalla lettura di Jules Verne che lo descrive nelle avventure del Nautilus.

11

J'ai suivi, des mois pleins, pareille aux vacheries
Hystériques, la houle à l'assaut des récifs,
Sans songer que les pieds lumineux des Maries
Pussent forcer le mufle aux Océans poussifs!

Ho seguito per mesi interminabili, tale a una mandria
Isterica, le onde all'assalto delle barriere
Senza sognare che i piedi luminosi di Marie
Potessero forzare il muso agli Oceani affannati

Si fa notare qui la consuetudine di porre un ritratto di un santo sulla prua della barca da pesca, in corrispondenza della lanterna. Tuttavia, tra le interpretazioni, sembra prevalere quella che rievoca i piedi delle statue nelle chiese e nelle cappelle votive, intorno ai quali venivano disposti i lumini votivi per l'intercessione di un sicuro ritorno dell'equipaggio. Questa illusione viene qui negata, coerentemente con lo spirito anticlericale che si respirava durante i giorni della Comune. Interpretazione rinforzata nella strofa seguente.

12

J'ai heurté, savez-vous, d'incroyables Florides
Mêlant aux fleurs des yeux de panthères à peaux
D'hommes! Des arcs-en-ciel tendus comme des brides
Sous l'horizon des mers, à de glauques troupeaux!

Ho urtato, sappiatelo, Floride incredibili
Che mischiavano ai fiori occhi di pantere dalla pelle
D'uomo! Degli arcobaleni sottesi come redini
Sotto l'orizzonte dei mari a glauche greggi

In queste strofe, la folla viene descritta come una truppa di armenti. I flutti scatenati si presentano mentre si ribellano a forze superiori che simbolizzano l'oppressione del clero sul popolo. L'arcobaleno, che nella iconografia biblica è usato come un segno di rappacificazione offerto da Dio dopo il diluvio, qui è un simbolo della superstizione che imbriglia i più deboli. In questo caso, le Floride, paesi dei fiori, non rappresentano orizzonti esotici, ma possono essere interpretate come altari addobbati di fiori, tra i cui boccioli si mimetizzano gli occhi dei preti (pantere – dal colore della tonaca – dalla pelle umana).

13

J'ai vu fermenter les marais énormes, nasses
Où pourrit dans les joncs tout un Léviathan!
Des écroulements d'eaux au milieu des bonaces,
Et des lointains vers les gouffres cataractant!

Ho visto fermentare le paludi enormi, nasse
Dove imputridisce tra i giunchi tutto un Leviatano!
Dei crolli in mezzo alle bonacce d'acqua,
E di lontananze verso gorghi catarrosi

Dietro l'immagine del mostruoso dell'animale biblico che imputridisce all'interno della nassa può essere ravvisata, più che un crostaceo, quella che in Hobbes rappresenta la forza insopprimibile costituita dalla somma delle passioni umane che si scontrano all'interno di un contesto sociale, come una nazione o uno stato. Forse una reminiscenza di recenti studi liceali, rapportata, ancora una volta, ai giorni dell'insurrezione.

14-16

Glaciers, soleils d'argent, flots nacreux, cieux de braises!
Echouages hideux au fond des golfes bruns
Où les serpents géants dévorés des punaises
Choient, des arbres tordus, avec de noirs parfums

J'aurais voulu montrer aux enfants ces dorades
Du flot bleu, ces poissons d'or, ces poissons chantants.
- Des écumes de fleurs ont bercé mes dérades
Et d'ineffables vents m'ont ailé par instants.

Parfois, martyr lassé des pôles et des zones,
La mer dont le sanglot faisait mon roulis doux
Montait vers moi ses fleurs d'ombre aux ventouses jaunes
Et je restais, ainsi qu'une femme à genoux...

Ghiacciai, soli d'argento, flutti perlacei, cieli di braci
Invasi disgustosi sul fondo di golfi bruni
Dove i serpenti giganteschi divorati dai fetori
Cadono, dagli alberi contorti, con degli acri profumi

Avrei voluto mostrare ai bimbi queste orate
dei flutti blu, questi pesci d'oro, questi pesci canori.
Delle schiume floreali hanno cullato le mie derive
E i venti ineffabili mi hanno reso alato

A volte, martire stanco dei poli e delle zone,
Il mare di cui il respiro rendeva dolce il mio rollare
M'innalzava i suoi fiori d'ombra dalle gialle ventose
Ed io sostavo, tale a una femmina inginocchiata...

Nel poema di Victor Hugo Booz endormi, l'espressione fleur d'ombre designa le stelle, ma qui sembrerebbe alludere a qualche autentico esemplare della flora marina, come un anemone di mare.

17-20

Presque île, ballottant sur mes bords les querelles
Et les fientes d'oiseaux clabaudeurs aux yeux blonds.
Et je voguais, lorsqu'à travers mes liens frêles
Des noyés descendaient dormir, à reculons!

Or moi, bateau perdu sous les cheveux des anses,
Jeté par l'ouragan dans l'éther sans oiseau,
Moi dont les Monitors et les voiliers des Hanses
N'auraient pas repêché la carcasse ivre d'eau;

Libre, fumant, monté de brumes violettes,
Moi qui trouais le ciel rougeoyant comme un mur
Qui porte, confiture exquise aux bons poètes,
Des lichens de soleil et des morves d'azur;

Qui courais, taché de lunules électriques,
Planche folle, escorté des hippocampes noirs,
Quand les juillets faisaient crouler à coups de triques
Les cieux ultramarins aux ardents entonnoirs;

Simile a un'isola, sballottando sui miei bordi le liti
E il guano di maldicenti uccelli dagli occhi biondi
E vogavo quando attraverso le mie liane tremule
Degli annegati discendevano all'indietro addormentati!

Ora io, battello perduto sotto i capelli delle anse,
Gettato dall'uragano nell'etere senza uccelli,
Io di cui i Monitori e i velieri anseatici
Non avrebbero ripescato la carcassa ebbra d'acqua;

Libero, fumante, cavalcato da brume violette,
Io, che penetravo il cielo rosseggiante come un muro
Che porta, confettura squisita ai bravi poeti,
Licheni di sole e naricio d'azzurro;

Io che correvo, macchiato di lunule elettriche,
Tavola folle, io scortato da ippocampi neri
Quando i lugli facevano crollare a colpi di randello
I cieli oltremarini dagli ardenti imbuti

I lugli sono emblematici della rivolta: la Bastiglia il 14 luglio 1789, ma qui si fa più probabilmente riferimento ai giorni del 27, 28 e 29 luglio 1830, detti “I tre gloriosi”. Oltremarini: termine inventato da Rimbaud, a definire sia un blu molto intenso (bleu outremer, per l'appunto) che i territori di là dal mare (l'outremer).

“ardents entonnoirs”, forse l'accoppiamento nome-aggettivo non è tra i più riusciti. La parola entonnoir può essere usata per indicare un avvallamento o un gorgo, qui “ardente”, qualifica forse uno stato di agitazione.

21

Moi qui tremblais, sentant geindre à cinquante lieues
Le rut des Béhémots et les Maelstroms épais,
Fileur éternel des immobilités bleues,
Je regrette l'Europe aux anciens parapets!

Io che tremavo sentendo gemere a cinquanta leghe
Il rutto di Behemot e i Maelström profondi
Eterno incrociatore di immobilità bluastre
Ora rimpiango l'Europa dai malandati parapetti

I Maelström sono correnti marine del Mare del Nord che formano gorghi spaventosi, profondi fino a sessanta metri. A prima vista, leggendo questa quartina, verrebbe da credere che il battello rimpianga di ritornare a incrociare le “normali” acque d'Europa, vieux mond, per intendere un passato più ordinario. Più avanti, nella quartina 24, i versi per noi più emblematici, questo rimpianto si stempera in un ricordo melanconico.

22

J'ai vu des archipels sidéraux! et des îles
Dont les cieux délirants sont ouverts au vogueur:
- Est-ce en ces nuits sans fonds que tu dors et t'exiles,
Million d'oiseaux d'or, ô future Vigueur?

Ho visto arcipelaghi siderali! E isole
dove i cieli deliranti sono aperti al vogatore:
È in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esili,
Milioni di uccelli d'oro, oh futuro Vigore?

Se i precedenti J'ai evocano un'esperienza che si colloca nel passato, quest'ultimo J'ai vu si proietta verso un futuro profetico e visionario, d'elettricità e di progresso sociale.

23-24

Mais, vrai, j'ai trop pleuré! Les Aubes sont navrantes.
Toute lune est atroce et tout soleil amer:
L'âcre amour m'a gonflé de torpeurs enivrantes.
O que ma quille éclate! O que j'aille à la mer!

Si je désire une eau d'Europe, c'est la flache
Noire et froide où vers le crépuscule embaumé
Un enfant accroupi plein de tristesse, lâche
Un bateau frêle comme un papillon de mai.

È vero, ho pianto troppo! Le Albe sono desolanti
Tutta la luna è atroce e tutto il sole amaro
L'acre amore mi ha gonfiato di torpore inebriante
Oh che la mia chiglia esploda! Oh che io ritorni al mare

S'io vagheggio un'acqua d'Europa, questo è lo stagno
Freddo e nero dove in un crepuscolo imbalsamato
Un bimbo pieno di malinconia libera accovacciato
La sua barchetta tremula come una farfalla a maggio

Ancora si fa notare il persistente rovesciamento del soggetto. In questa strofa si può notare come Rimbaud manovri in maniera che sia il battello a rimemorare la propria infanzia, sollevando il poeta dal farlo lui stesso. È il battello che dice: “Ricordo che quando ero un piccolo natante, un bambino accovacciato e corrucciato mi facesse navigare in una pozza nera e fredda e che io tremassi come una farfalla a maggio.

25

Je ne puis plus, baigné de vos langueurs, ô lames,
Enlever leur sillage aux porteurs de cotons,
Ni traverser l'orgueil des drapeaux et des flammes,
Ni nager sous les yeux horribles des pontons.

Non posso più, bagnato dai vostri languori, o venti
Inseguire i solchi dei carichi di cotone (2)
Né attraversare l'orgoglio di stendardi e gonfaloni
Né manovrare sotto gli occhi orrificanti dei pontoni

Con la parola ponton, evocativa di oscuri echi tombali di prigionieri “sepolti vivi” e quindi occhieggianti dalle affollate carceri agli ormeggi a bordo-Senna, si chiude anche il poema.

Nella lettura si è andata rafforzando l'interpretazione che vuole il battello allegoria di un doppio affondamento: quello dell'esperienza effimera della Comune di Parigi – terminata (a maggio 1871) con la conclusiva detenzione di centinaia d'insorti (quelli che non erano stati fucilati sommariamente sul luogo della cattura) nei ponton, le zattere dentro le quali furono stipati i rivoltosi (finale anche nella posizione lapidaria della parola pontons a chiusura del poema) – e insieme all'affondamento dei sogni di evasione dell'autore, reduce da una fuga, avventurosa quanto devastante dal punto di vista umano.

1 Isole alla deriva che si staccano dalle rive dei fiumi in piena e galleggiano grazie alle radici della vegetazione che trasportano, osservate sui corsi d'acqua americani e africani.

2 Enlever le sillage di una nave, significa navigare nella sua scia seguendola da vicino

 

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